Il sergente Marco Santori iniziò il suo turno come ogni altra sera: una tazza di caffè bollente in mano, l’odore pungente di plastica del bicchiere da asporto e il breve briefing alla centrale. Da oltre dieci anni pattugliava quelle strade, conosceva la città come il palmo della sua mano. Ogni angolo, ogni scorciatoia, ogni rumore inconsueto — tutto parlava, per chi sapeva ascoltare. E lui sapeva ascoltare.
Era una notte tranquilla. Il cielo era limpido, l’asfalto brillava sotto i lampioni arancioni, riflessi moltiplicati sul parabrezza del suo sedile di pattuglia, un sedile ormai scolorito ma familiare. Il motore produceva un ronzio regolare, e il gracchiare statico della radio accompagnava la monotonia del giro di ricognizione.
Ma quella notte tranquilla era destinata a cambiare.
Mentre attraversava una delle vie meno trafficate della zona nord, pronto a svoltare verso ovest per proseguire il consueto percorso, qualcosa attirò il suo sguardo. Un’ombra scura e insolita, proprio lì, sul lato destro del marciapiede. Un oggetto voluminoso, fermo, immobile.
Strinse gli occhi. Era… una bara. Una vera bara.
In legno scuro, massiccia, con robuste maniglie metalliche. Era completamente fuori posto, come un elemento di un incubo trasportato nella realtà.

Il sergente frenò bruscamente. Le luci lampeggianti si accesero in automatico. Spense il motore, estrasse la chiave dal cruscotto con un gesto meccanico, poi aprì la portiera con uno scricchiolio familiare.
Appena mise piede sull’asfalto, l’aria sembrò cambiare. Una brezza improvvisa gli sollevò la camicia sotto il giubbotto antiproiettile. L’istinto, affinato da anni di servizio, lo spinse a posare la mano sulla fondina della pistola. Qualcosa non andava.
Fece qualche passo verso quell’oggetto silenzioso. Ogni passo rimbombava nei suoi timpani come un colpo ovattato. Nessun rumore. Nessuna auto. Nessun passante. Come se il mondo si fosse momentaneamente fermato.
Arrivò a meno di un metro dalla bara. Si fermò. Inspirò profondamente, poi, trattenendo il respiro, sollevò lentamente il coperchio. Il legno emise un lieve cigolio.
E poi… si bloccò. Immobile. Con gli occhi sbarrati.
La bara era vuota.
Ma non era il fatto che fosse vuota a sconvolgerlo. Era il modo in cui lo era.
All’interno non c’era nulla. Nessuna imbottitura. Nessun drappo. Solo legno grezzo e l’odore intenso di vernice fresca. Una bara nuova, mai usata. Eppure… lì, sola, abbandonata sul marciapiede, sembrava quasi un avvertimento. O un messaggio.
Il sergente afferrò subito la radio.
«Qui unità 14. Richiedo verifica immediata. Ho trovato una bara vuota in Via Donatello, all’altezza del civico 42. Nessun ferito visibile. In attesa di istruzioni.»

La risposta arrivò in pochi istanti. Il tono del centralinista era sorpreso quanto il suo.
«Ricevuto. Abbiamo appena ricevuto una segnalazione: un camion della ditta Funeraria Bellini ha avuto un incidente due ore fa, all’altro capo della città. Durante l’urto, uno dei cofani trasportati potrebbe essere volato fuori dal veicolo. Il conducente se n’è accorto solo alla fine del tragitto.»
Il mistero sembrava dunque avere una spiegazione razionale. Eppure… c’era qualcosa che non tornava.
Il sergente, spinto dalla curiosità — o forse da una vaga inquietudine — decise di controllare le registrazioni delle telecamere di sorveglianza nella zona. Grazie al tablet di servizio collegato al sistema cittadino, accedette rapidamente alle immagini.
Ed è lì che notò qualcosa di ancora più strano.
Nel momento preciso in cui la bara “compariva” sulla strada, nel raggio di trecento metri non c’era nessuno. Né pedoni. Né veicoli. Né biciclette. Le immagini mostravano una strada completamente deserta. Per almeno tre minuti. Poi, all’improvviso, la bara appare. Come se fosse stata posata lì. Ma da chi?
Impossibile stabilirlo. Nessuna ombra. Nessuna figura. Nessun mezzo visibile.
Come se il mondo, per pochi istanti, avesse trattenuto il respiro. E poi avesse lasciato un segno.

Il sergente tornò alla sua auto. Rimase seduto per qualche minuto, la porta ancora aperta, la radio muta. Poi rise, nervoso. Forse stava solo leggendo troppo in quello che, in fondo, era stato un banale incidente.
Ma mentre ripartiva lentamente, lanciando un ultimo sguardo alla bara che attendeva gli operatori della ditta funeraria, non riuscì a scrollarsi di dosso una sensazione.
Come se quella bara fosse stata lì… per qualcuno in particolare.

E se, quella notte, fosse passato qualcun altro? Un passante. Un bambino. Un senzatetto?
E se quella bara non fosse stata vuota?
Oppure, peggio ancora… non fosse destinata a restarlo a lungo?

Un poliziotto nota una bara in mezzo al marciapiede: scende dall’auto, si avvicina, apre il coperchio e resta impietrito per ciò che vede
Il sergente Marco Santori iniziò il suo turno come ogni altra sera: una tazza di caffè bollente in mano, l’odore pungente di plastica del bicchiere da asporto e il breve briefing alla centrale. Da oltre dieci anni pattugliava quelle strade, conosceva la città come il palmo della sua mano. Ogni angolo, ogni scorciatoia, ogni rumore inconsueto — tutto parlava, per chi sapeva ascoltare. E lui sapeva ascoltare.
Era una notte tranquilla. Il cielo era limpido, l’asfalto brillava sotto i lampioni arancioni, riflessi moltiplicati sul parabrezza del suo sedile di pattuglia, un sedile ormai scolorito ma familiare. Il motore produceva un ronzio regolare, e il gracchiare statico della radio accompagnava la monotonia del giro di ricognizione.
Ma quella notte tranquilla era destinata a cambiare.
Mentre attraversava una delle vie meno trafficate della zona nord, pronto a svoltare verso ovest per proseguire il consueto percorso, qualcosa attirò il suo sguardo. Un’ombra scura e insolita, proprio lì, sul lato destro del marciapiede. Un oggetto voluminoso, fermo, immobile.
Strinse gli occhi. Era… una bara. Una vera bara.
In legno scuro, massiccia, con robuste maniglie metalliche. Era completamente fuori posto, come un elemento di un incubo trasportato nella realtà.
Il sergente frenò bruscamente. Le luci lampeggianti si accesero in automatico. Spense il motore, estrasse la chiave dal cruscotto con un gesto meccanico, poi aprì la portiera con uno scricchiolio familiare.👇 👇 Continua nel primo commento sotto la foto 👇👇
