Michele camminava lungo un viale alberato, stringendo il telefono all’orecchio e sorridendo come un ragazzino. Il sole filtrava tra i rami, accarezzandogli il volto, mentre nel cuore gli cantava una melodia antica, familiare. Era come se il tempo si fosse fermato e lui fosse tornato a quell’epoca spensierata in cui la vita era tutta da scoprire.
— Max! Ma ti rendi conto? Quanti anni sono passati?! Sembra un’altra vita. Eravamo solo due scavezzacolli pieni di sogni… e ora? Due uomini adulti, con le tasche piene di ricordi!
Dall’altra parte del telefono, la voce roca e allegra dell’amico rispose:
— Un’intera era, Michè! Un decennio! Ti rendi conto quante cose sono cambiate? Ho già avvisato Sandro: “Raduniamoci e basta!” Non si discute. È il momento. Non possiamo perdere altro tempo.
Michele rise, travolto da un’ondata di nostalgia.
— Ma non sarà come ai vecchi tempi, eh! — aggiunse Max. — Io adesso ho moglie, due bambine, una routine da padre di famiglia modello. Dimentica le notti sul tetto con la chitarra e la polizia alle calcagna. Ora si parla di tisane e plaid.
— E tu? — domandò poi, curioso. — Ti sei sistemato anche tu o ancora scapolo d’oro?

A quella domanda, Michele sentì il solito fastidio sottile. Amava la sua libertà, ma la solitudine gli graffiava l’anima. Aveva tutto: carriera brillante, soldi, una reputazione invidiabile. Ma l’amore… quello gli era sempre sfuggito. Una volta era quasi arrivato all’altare, ma all’ultimo, scavando nel passato della sua futura sposa, aveva cambiato idea. La seconda storia? Peggio: lei amava il suo conto in banca, non lui.
— Quasi… — rispose con un tono vago ma sicuro. — Sono vicino al passo.
— Sul serio?! — esclamò Max, entusiasta. — Finalmente! Dai, allora organizziamo una serata elegante, con mogli, figli, discorsi e brindisi. Un bel ritrovo come si deve.
Michele annuì, fingendo convinzione. Ma appena chiusa la chiamata, la realtà lo colpì in pieno volto: una fidanzata vera non ce l’aveva.
Non voleva mentire agli amici, ma nemmeno perdere la faccia. Gli serviva una compagna, o meglio, qualcuno che fingesse di esserlo. Bella presenza, discreta, sveglia. Ma dove trovarla?
Scartò subito attrici o conoscenti: troppo rischioso. Restavano le colleghe dell’ufficio. Una cinquantina di donne. Possibile che nemmeno una fosse adatta?
Passò il resto della giornata a osservarle una a una, come un regista in cerca dell’attrice perfetta. Ma nulla. O sposate, o inadatte, o semplicemente… sbagliate.
Quando rientrò nel suo ufficio, era stanco e deluso.
Fu allora che entrò lei. Silenziosa, rapida, con lo sguardo basso: la donna delle pulizie. Michele la notò davvero per la prima volta. Giovane, distinta, movimenti aggraziati. Troppo elegante per quel ruolo.
— Scusi, non sapevo ci fosse ancora — disse lei, imbarazzata.
— Nessun problema, pulisca pure — rispose lui.
Poi, curioso, chiese:
— Come si chiama?

— Cristina. Lei è il signor Michele, giusto?
— Da quanto lavora qui?
— Tre mesi. Di solito arrivo quando tutti sono già andati via.
Il suo linguaggio era corretto, il tono educato. Inusuale.
— Posso chiederle perché fa questo lavoro? Le sue maniere mi sembrano quelle di una persona con un’altra formazione.
Cristina sorrise, senza offesa:
— Ogni lavoro è degno di rispetto. Non tutte le donne delle pulizie devono essere trasandate e sgradevoli, no?
Michele rise.
— Ha ragione. Ma mi ha incuriosito…
Lei spiegò:
— Ho un bambino. Il padre è sparito. Ho lasciato gli studi, ma sto cercando di riprenderli. Lavoro quando posso, una vicina mi aiuta con lui.
— Dev’essere dura… — osservò Michele, colpito.
— Ce la caviamo.
Quando terminò, stava per andarsene, ma Michele la fermò:
— Un momento. Avrei una proposta.

— Spero non sia nulla di strano… — disse lei, sollevando un sopracciglio.
— No, tranquilla! — rise lui. — È una questione professionale. Mi serve una compagna “di scena” per una cena tra amici. Potrei pagarti. Tutto chiaro, onesto.
Cristina lo ascoltò, perplessa. Poi sorrise.
— Sa che volevo fare l’attrice? Magari è il mio momento. Ma che faccio con mio figlio?
— Portalo con te. Dirò che il padre vi ha lasciati. Non sarà nemmeno una bugia.
Cristina ci pensò. Poi, con uno sguardo serio e una voce bassa, ma ferma, disse:
— Va bene. Accetto.
Michele sentì un sollievo immenso. Non se lo aspettava.
— Sul serio? Cristina, mi salvi la vita. Giuro che non se ne pentirà!
Più tardi, la incontrò all’uscita:
— Pronta? Passiamo prima a prendere il bambino.
Due ore dopo, erano nella villa di Michele. Grande, moderna, ma fredda. Cristina osservava tutto con curiosità.
— Qui vivi da solo? Non è un po’… vuoto?
Michele si guardò attorno. Aveva sempre visto quella casa come simbolo di successo. Ora gli sembrava sterile.
— Se vuole, accendiamo il camino — propose, quasi per rompere l’imbarazzo.
Nei giorni successivi, Cristina e suo figlio rimasero con lui. E qualcosa cambiò. La casa prese vita. Profumo di cibo, risate di bambino, stoviglie da lavare… e soprattutto, la sensazione di tornare in un posto dove qualcuno ti aspetta.
La sera prima della cena, Michele chiese:

— Dove posso ordinare qualcosa di buono?
Cristina rise.
— Ma se saremo in pochi! Cucinaremo noi. Tu grigli la carne, io preparo il resto.
— Sei sicura? Io non ho mai cucinato…
— Appunto, si comincia!
E così fecero. Una cena vera, fatta in casa, tra risate e ricette improvvisate.
Quando arrivarono gli ospiti, le mogli si presentarono:
— Piacere, Angelina. E lei?
— Cristina. Piacere mio. Per ora… in prova — scherzò lei, disinvolta.
Max osservò Michele:
— Finalmente hai scelto bene, fratello!
— Basta battute! — rispose lui, ridendo.
Quando tutti erano seduti, Sandro commentò vedendolo alla griglia:
— Non dirmi che hai cucinato davvero tu?
— Dalla A alla Z — replicò fiero Michele. — Pure le cipolle. Ho pianto come in “Titanic”.
La serata fu perfetta. Tardi, Angelina sussurrò:
— Ci starebbe bene un po’ di musica…
Cristina si alzò e si avvicinò al pianoforte. Quando iniziò a suonare, la sala si ammutolì. Le note fluivano leggere, eleganti. Nessuno parlava. Michele la guardava, incantato.
E in quel momento capì: non voleva lasciarla andare.
Quando tutti furono partiti, e il piccolo dormiva già in braccio a lui, Michele chiese:
— Restate anche stanotte? Non voglio che Egor si stanchi.
Cristina lo fissò:
— Domani sarà ancora più difficile andare via…
Poi, mentre si salutavano, aggiunse piano:
— È stato tutto così… veloce.
Rimasto solo, Michele fissava le stelle dalla terrazza, il bicchiere in mano. Quando arrivarono due messaggi.
Da Sandro: “Se la lasci andare, sei un pazzo.”
E poi da Max: “Ti invidio. Io ci sono già passato. Tu ci stai entrando. Non perderla.”
Si alzò deciso, bussò alla sua stanza.
— Vieni con me un attimo?
Cristina lo seguì fuori, stupita.
— Cosa c’è?
— Rimanete. Tu e tuo figlio. Per sempre.
— Ma ci conosciamo da tre giorni, Michele…
— Eppure mi sembra da sempre. Non voglio più una vita senza voi due.
Cristina esitò. Poi, a voce bassa, disse:
— Anche io non so più come fare senza di te…
Michele le prese le mani, la guardò negli occhi e sussurrò:
— Ti ho cercata per tutta la vita.
— E io… ti aspettavo.
E così, in quella casa che una volta era solo silenzio, nacque finalmente una famiglia.

L’uomo ricco invitò la donna delle pulizie e suo figlio a una cena elegante per ridicolizzarli, ma quando lei si sedette al pianoforte… tutti rimasero senza parole.
Michele camminava lungo un viale alberato, stringendo il telefono all’orecchio e sorridendo come un ragazzino. Il sole filtrava tra i rami, accarezzandogli il volto, mentre nel cuore gli cantava una melodia antica, familiare. Era come se il tempo si fosse fermato e lui fosse tornato a quell’epoca spensierata in cui la vita era tutta da scoprire.
— Max! Ma ti rendi conto? Quanti anni sono passati?! Sembra un’altra vita. Eravamo solo due scavezzacolli pieni di sogni… e ora? Due uomini adulti, con le tasche piene di ricordi!
Dall’altra parte del telefono, la voce roca e allegra dell’amico rispose:
— Un’intera era, Michè! Un decennio! Ti rendi conto quante cose sono cambiate? Ho già avvisato Sandro: “Raduniamoci e basta!” Non si discute. È il momento. Non possiamo perdere altro tempo.
Michele rise, travolto da un’ondata di nostalgia.
— Ma non sarà come ai vecchi tempi, eh! — aggiunse Max. — Io adesso ho moglie, due bambine, una routine da padre di famiglia modello. Dimentica le notti sul tetto con la chitarra e la polizia alle calcagna. Ora si parla di tisane e plaid.
— E tu? — domandò poi, curioso. — Ti sei sistemato anche tu o ancora scapolo d’oro?
A quella domanda, Michele sentì il solito fastidio sottile. Amava la sua libertà, ma la solitudine gli graffiava l’anima. Aveva tutto: carriera brillante, soldi, una reputazione invidiabile. Ma l’amore… quello gli era sempre sfuggito. Una volta era quasi arrivato all’altare, ma all’ultimo, scavando nel passato della sua futura sposa, aveva cambiato idea. La seconda storia? Peggio: lei amava il suo conto in banca, non lui.
— Quasi… — rispose con un tono vago ma sicuro. — Sono vicino al passo.
— Sul serio?! — esclamò Max, entusiasta. — Finalmente! Dai, allora organizziamo una serata elegante, con mogli, figli, discorsi e brindisi. Un bel ritrovo come si deve.
Michele annuì, fingendo convinzione. Ma appena chiusa la chiamata, la realtà lo colpì in pieno volto: una fidanzata vera non ce l’aveva. .…👇 👇 Continua nel primo commento sotto la foto 👇👇
