L’autista ha iniziato a farmi dei complimenti e a invitarmi a un appuntamento. Sono rimasta sorpresa e gli ho mostrato il mio ventre, ma quello che mi ha risposto mi ha lasciata senza parole.

Dopo l’ennesima visita di controllo, camminavo lentamente verso casa stringendo tra le mani un piccolo mazzo di tulipani gialli che avevo comprato all’uscita della clinica. Il medico mi aveva rassicurata ancora una volta: tutto procedeva perfettamente, il bambino stava bene e, con ogni probabilità, entro dieci giorni sarebbe nato.

Dieci giorni.

Continuavo a ripetermi quel numero nella testa quasi fosse una formula magica. Dieci giorni e la mia vita sarebbe cambiata per sempre. Mi sembrava incredibile pensare che per mesi avevo immaginato il suo volto, il colore degli occhi, persino il modo in cui avrebbe stretto il mio dito, e ora mancava davvero pochissimo.

Camminavo piano, come fanno tutte le donne al nono mese: una mano sulla schiena, l’altra appoggiata al ventre ormai enorme. La primavera stava finalmente entrando in città. L’aria profumava di pioggia recente e castagni fioriti, e persino il rumore del traffico sembrava più dolce quel giorno.

Ero felice.

Stanca, gonfia, con le caviglie che sembravano due panini imbottiti… ma felice.

Mio marito Matteo era al lavoro. Mi aveva scritto mezz’ora prima:

“Non fare la strada lunga, amore. Riposati.”

Sorrisi rileggendo il messaggio. Era diventato iperprotettivo negli ultimi mesi. A volte mi seguiva persino in cucina con lo sguardo terrorizzato, come se fossi fatta di cristallo.

Io invece avevo bisogno di sentirmi ancora normale. Ancora donna. Non soltanto “la futura mamma”.

Per questo, dopo la visita, avevo deciso di fare due passi invece di prendere subito l’autobus.

Fu allora che sentii il rumore.

Uno stridio lieve di freni.

Un’auto scura rallentò accanto al marciapiede, seguendo il mio passo. Abbassò lentamente il finestrino.

— Signorina… — disse una voce maschile, calda e divertita. — Lo sa che vista da dietro sembra uscita da un dipinto di Renoir?

Mi bloccai.

Sbattei le palpebre, convinta che stesse parlando con qualcun’altra. Mi guardai attorno. Il marciapiede era praticamente vuoto.

L’uomo sorrideva.

Avrà avuto poco più di quarant’anni. Barba corta, capelli scuri leggermente spettinati, occhi chiarissimi. Indossava una camicia arrotolata ai gomiti e teneva una mano sul volante con una naturalezza quasi cinematografica.

Indicai me stessa con un dito.

— Sta parlando… con me?

— Certo che con lei — rispose lui senza esitazione. — Qui non vedo nessun’altra donna capace di migliorare il panorama della città.

Scoppiai quasi a ridere.

Per un secondo pensai che fosse uno scherzo assurdo.

Io? Con nove mesi di gravidanza, il vestito premaman stropicciato e i capelli raccolti in una crocchia improvvisata?

D’istinto sollevai la mano sinistra mostrando la fede.

— Sono sposata.

Lui guardò l’anello e sorrise appena.

— Suo marito ha ottimi gusti.

Arrossii mio malgrado.

Non mi capitava da mesi di ricevere un complimento che non riguardasse la gravidanza. Di solito le persone mi dicevano solo:

“Che bel pancione!”

“Ora riposi!”

“Mangia abbastanza?”

Nessuno mi guardava più davvero. Tutti vedevano il bambino. Non Elena.

Quell’uomo, invece, mi stava fissando come se davanti avesse una donna e non un’incubatrice ambulante.

La cosa mi spiazzò.

Per scherzare, mi girai leggermente di profilo e indicai il ventre enorme.

— Credo che lei non abbia notato un piccolo dettaglio.

Lui abbassò lo sguardo sulla pancia. I suoi occhi si allargarono appena, ma non come mi aspettavo.

Niente imbarazzo.

Niente scuse.

Anzi… sembrava quasi divertito.

— Ah — disse lentamente. — Nono mese?

— Esatto. Tra dieci giorni dovrei partorire.

Pensai che finalmente avrebbe salutato e se ne sarebbe andato.

Invece lui rimase in silenzio qualche secondo, riflettendo seriamente, come se stesse facendo un calcolo mentale.

Poi si grattò la barba.

— Quindi… dieci giorni…

Mi irrigidii.

Aveva un’aria stranamente concentrata.

Infine annuì tra sé e sé.

— No. Meglio quindici.

— Come scusi?

Lui mi guardò dritto negli occhi.

— Ci vediamo tra quindici giorni. Sarà più tranquillo.

Rimasi immobile.

Letteralmente immobile.

Le macchine continuavano a passare alle nostre spalle, il vento mi spostava i capelli sul viso, ma io riuscivo solo a fissarlo.

— Lei è pazzo — dissi infine scoppiando a ridere.

— Possibile — rispose tranquillo. — Ma ho esperienza.

— Esperienza… in cosa?

— Nel riconoscere una donna interessante quando la vedo.

Scossi la testa incredula.

— Lei ci prova spesso con le donne incinte?

— Mai fatto in vita mia.

— E allora perché con me?

Per la prima volta smise di sorridere con leggerezza. Mi osservò attentamente, come se stesse scegliendo bene le parole.

— Perché lei cammina come una donna felice… ma con gli occhi di una persona molto sola.

Quelle parole mi colpirono più del previsto.

Il sorriso mi si spense lentamente.

Non perché avesse ragione del tutto. Matteo mi amava. Ne ero sicura.

Eppure…

Negli ultimi mesi qualcosa tra noi era cambiato.

Lui lavorava continuamente. Tornava tardi. Parlava solo di conti, pannolini, mutuo, responsabilità.

Io ero diventata fragile, irritabile, insicura.

Le nostre conversazioni si erano trasformate in liste di cose da comprare.

Quando era stata l’ultima volta che mi aveva guardata davvero?

Non il mio ventre.

Me.

Forse quell’uomo sconosciuto aveva semplicemente notato una crepa che io cercavo di ignorare.

Mi schiarii la voce.

— Mio marito mi aspetta a casa.

— Lo immaginavo.

— E io amo mio marito.

Lui annuì sinceramente.

— Anche questo si vede.

La sua risposta mi confuse ancora di più.

Non sembrava il classico seduttore arrogante. Non insisteva davvero. Era come se stesse giocando con qualcosa di invisibile tra noi.

— Allora perché continua? — chiesi.

Lui sorrise appena.

— Perché volevo farla sorridere.

Tacqui.

Aveva funzionato.

E questo mi irritava quasi quanto mi lusingava.

L’uomo diede un colpetto al volante.

— Comunque mi chiamo Davide.

Esitai un istante.

— Elena.

— Piacere, Elena.

Per qualche motivo pronunció il mio nome lentamente, con delicatezza. Come se lo stesse assaporando.

Mi sentii improvvisamente vulnerabile.

Feci un passo indietro.

— Adesso devo andare davvero.

— Va bene.

Ma prima che potessi allontanarmi, aggiunse:

— Però la mia proposta resta valida.

Scoppiai di nuovo a ridere.

— Quale proposta? L’appuntamento dopo il parto?

— Certo. Quindici giorni. Caffè e passeggiata con passeggino incluso.

— Lei è completamente fuori di testa.

— Probabile.

Fece un piccolo cenno con la mano e l’auto ripartì lentamente.

Rimasi lì a guardarla sparire all’angolo della strada, ancora incredula.

Quando finalmente arrivai a casa, Matteo era già rientrato.

Mi accolse con un bacio rapido sulla fronte mentre lavorava al computer in cucina.

— Com’è andata?

— Bene. Il medico dice che manca poco.

— Ottimo.

Continuava a digitare.

Aspettai qualche secondo, sperando che alzasse gli occhi. Che mi chiedesse qualcosa in più. Qualunque cosa.

Niente.

Alla fine dissi quasi senza pensarci:

— Oggi un uomo mi ha invitata a uscire.

Matteo smise di scrivere.

— Come?

— Per strada. Un automobilista.

Lui mi guardò finalmente. Poi scoppiò a ridere.

— Con quel pancione?

Sentii una fitta strana nel petto.

Non era cattiveria. Matteo scherzava.

Eppure quella frase mi fece male.

“Con quel pancione.”

Non “certo che ti ha invitata, sei bellissima.”

Non “e cosa gli hai risposto?”

Solo stupore.

Come se fossi diventata improvvisamente invisibile come donna.

Forse Davide aveva visto giusto davvero.

Quella notte dormii male.

Continuavo a ripensare alla scena.

Alla sicurezza assurda di quell’uomo.

Alla frase sugli occhi tristi.

Alla proposta ridicola dei quindici giorni.

E soprattutto al modo in cui Matteo aveva reagito.

Passarono i giorni.

Poi arrivò il parto.

Lungo. Doloroso. Sfiancante.

Ma quando finalmente mi misero mio figlio tra le braccia, il mondo intero cambiò forma.

Aveva gli occhi scuri di suo padre.

E le mie mani.

Piansi senza riuscire a fermarmi.

Matteo pianse con me.

Per un po’, tutto il resto scomparve.

Le settimane successive furono un vortice di notti insonni, pannolini, latte, stanchezza e amore disperato.

Mi sentivo distrutta e felice allo stesso tempo.

Una mattina, circa tre settimane dopo il parto, decisi di uscire per la prima volta da sola con il passeggino.

Avevo bisogno d’aria.

Camminavo lentamente nel piccolo parco vicino casa, cercando di convincermi che un giorno avrei dormito di nuovo più di due ore consecutive.

Fu allora che sentii una voce familiare alle mie spalle.

— Vedo che alla fine ha mantenuto la promessa.

Mi voltai di scatto.

Davide.

Era seduto sulla panchina accanto al vialetto con un caffè in mano.

Rimasi a bocca aperta.

— Lei mi sta seguendo?!

Lui rise.

— No, glielo giuro. Vivo qui vicino.

Indicò un palazzo dall’altra parte della strada.

Lo fissai ancora scioccata.

— Non ci posso credere…

Lui si alzò lentamente e guardò dentro il passeggino.

Il bambino dormiva profondamente.

Davide sorrise con una dolcezza totalmente diversa da quella ironica del nostro primo incontro.

— È bellissimo.

— Grazie.

— E lei sembra stanchissima.

— Anche questo si vede?

— Moltissimo.

Scoppiai a ridere.

Per la prima volta dopo settimane ridevo davvero.

Lui indicò il chiosco del parco.

— Tecnicamente siamo a quindici giorni abbondanti. Credo che il caffè me lo sia meritato.

Esitai.

Avrei dovuto rifiutare.

Era la cosa giusta.

Eppure non percepivo pericolo in lui. Nessuna intenzione sporca. Nessuna aggressività.

Solo leggerezza.

Solo il desiderio sincero di parlare.

Alla fine sospirai.

— Solo dieci minuti.

— Accordo accettato.

Sedemmo a un tavolino all’aperto mentre il passeggino restava accanto a noi.

Parlammo.

Di tutto.

Del bambino.

Della paura di diventare genitori.

Della vita adulta che arriva all’improvviso senza istruzioni.

Scoprii che Davide era divorziato da anni e aveva una figlia adolescente che viveva all’estero con la madre.

— Quindi sì — disse sorridendo — tecnicamente ho esperienza con pannolini e notti insonni.

Capivo finalmente cosa mi aveva colpita in lui.

Non il flirt.

Non i complimenti.

La capacità di vedermi.

Di parlarmi come a una persona intera.

Non solo come madre.

Quando tornai a casa quel giorno, trovai Matteo addormentato sul divano con il bambino sul petto.

Mi fermai a guardarli in silenzio.

Erano bellissimi.

Fragili.

Miei.

E all’improvviso capii una cosa importante.

Non avevo bisogno di Davide.

Avevo bisogno di ritrovare me stessa.

Quella donna che rideva, arrossiva, si sentiva viva.

Quella sera, dopo aver messo il bambino nella culla, mi sedetti accanto a Matteo.

— Dobbiamo ricominciare a parlarci — dissi piano.

Lui mi guardò sorpreso.

— In che senso?

Presi la sua mano.

— Nel senso che siamo diventati una squadra perfetta… ma abbiamo smesso di essere noi.

Matteo abbassò gli occhi.

Dopo qualche secondo confessò:

— Ho avuto paura per mesi. Paura di non essere abbastanza. Di non riuscire a proteggervi.

Per la prima volta dopo tanto tempo parlammo davvero.

A lungo.

Con sincerità.

Con fatica.

Con amore.

E quella notte, mentre ascoltavo il respiro tranquillo di mio figlio dalla stanza accanto, ripensai ancora una volta a quell’assurdo incontro per strada.

A uno sconosciuto che aveva rallentato accanto a una donna incinta e le aveva ricordato qualcosa di fondamentale:

Che diventare madre non significa smettere di essere donna.

Qualche settimana dopo incontrai di nuovo Davide al parco.

Mi salutò da lontano con il bicchiere del caffè in mano.

— Allora? Come va la nuova vita?

Sorrisi guardando il passeggino.

Poi guardai lui.

— Caotica. Difficile. Bellissima.

Lui annuì soddisfatto.

— Perfetto. Allora è quella giusta.

Restammo a parlare pochi minuti.

Prima di andare via, Davide mi fece un piccolo inchino teatrale.

— Sono felice di aver avuto ragione su una cosa.

— Quale?

Sorrise.

— Che lei aveva ancora un sorriso meraviglioso. Doveva solo ricordarsene.

😲😵 L’autista ha iniziato a farmi dei complimenti e a invitarmi a un appuntamento. Sono rimasta sorpresa e gli ho mostrato il mio ventre, ma quello che mi ha risposto mi ha lasciata senza parole.
Dopo l’ennesima visita di controllo, camminavo lentamente verso casa stringendo tra le mani un piccolo mazzo di tulipani gialli che avevo comprato all’uscita della clinica. Il medico mi aveva rassicurata ancora una volta: tutto procedeva perfettamente, il bambino stava bene e, con ogni probabilità, entro dieci giorni sarebbe nato.

Dieci giorni.

Continuavo a ripetermi quel numero nella testa quasi fosse una formula magica. Dieci giorni e la mia vita sarebbe cambiata per sempre. Mi sembrava incredibile pensare che per mesi avevo immaginato il suo volto, il colore degli occhi, persino il modo in cui avrebbe stretto il mio dito, e ora mancava davvero pochissimo.

Camminavo piano, come fanno tutte le donne al nono mese: una mano sulla schiena, l’altra appoggiata al ventre ormai enorme. La primavera stava finalmente entrando in città. L’aria profumava di pioggia recente e castagni fioriti, e persino il rumore del traffico sembrava più dolce quel giorno.

Ero felice.

Stanca, gonfia, con le caviglie che sembravano due panini imbottiti… ma felice.

Mio marito Matteo era al lavoro. Mi aveva scritto mezz’ora prima:

“Non fare la strada lunga, amore. Riposati.”

Sorrisi rileggendo il messaggio. Era diventato iperprotettivo negli ultimi mesi. A volte mi seguiva persino in cucina con lo sguardo terrorizzato, come se fossi fatta di cristallo.

Io invece avevo bisogno di sentirmi ancora normale. Ancora donna. Non soltanto “la futura mamma”.

Per questo, dopo la visita, avevo deciso di fare due passi invece di prendere subito l’autobus.

Fu allora che sentii il rumore.

Uno stridio lieve di freni.

Un’auto scura rallentò accanto al marciapiede, seguendo il mio passo. Abbassò lentamente il finestrino.

— Signorina… — disse una voce maschile, calda e divertita. — Lo sa che vista da dietro sembra uscita da un dipinto di Renoir?

Mi bloccai.

Sbattei le palpebre, convinta che stesse parlando con qualcun’altra. Mi guardai attorno. Il marciapiede era praticamente vuoto.

L’uomo sorrideva.

Avrà avuto poco più di quarant’anni. Barba corta, capelli scuri leggermente spettinati, occhi chiarissimi. Indossava una camicia arrotolata ai gomiti e teneva una mano sul volante con una naturalezza quasi cinematografica.

Indicai me stessa con un dito.

— Sta parlando… con me?

— Certo che con lei — rispose lui senza esitazione. — Qui non vedo nessun’altra donna capace di migliorare il panorama della città.

Scoppiai quasi a ridere.

Per un secondo pensai che fosse uno scherzo assurdo.

Io? Con nove mesi di gravidanza, il vestito premaman stropicciato e i capelli raccolti in una crocchia improvvisata?

D’istinto sollevai la mano sinistra mostrando la fede.

— Sono sposata.

Lui guardò l’anello e sorrise appena.

— Suo marito ha ottimi gusti.

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