Il calice di champagne scivolò dalle dita di Sophia Chen e si frantumò sul pavimento di marmo con un rumore secco, quasi fosse un presagio.
Per un istante, l’intero attico di Belgravia ammutolì.
Le conversazioni si spensero. Il violinista in fondo alla sala sbagliò una nota. Lo champagne continuò a schiumare intorno ai frammenti di vetro mentre l’uomo davanti a lei la osservava con occhi grigi e freddi come il Tamigi sotto le nuvole invernali.
Dominic Blackwell non si mosse.
Sophia, invece, fece un passo indietro.
«Mi dispiace», mormorò, senza sapere nemmeno per cosa si stesse scusando.
Forse il suo corpo aveva riconosciuto il pericolo prima ancora che la sua mente riuscisse a comprenderlo.
Tutti, nell’alta società londinese, conoscevano il nome Blackwell. E quando quel nome veniva pronunciato, le voci si abbassavano automaticamente.
Dominic avanzò di un passo, oscurando con la sua figura le luci della città.
Indossava un completo nero impeccabile, i capelli scuri pettinati all’indietro e un volto dai lineamenti duri. Era bello nel modo in cui può esserlo una tempesta osservata dalla sicurezza di una finestra.
Ma Sophia non era al sicuro.
«Che cosa hai appena detto?» domandò.
La voce di Dominic era bassa, quasi cortese.
«Sposami questa sera, signorina Chen. Oppure distruggerò tutto ciò che hai.»
Quelle parole le si strinsero intorno alla gola.
Sophia lasciò uscire una risata incredula.
«Sei pazzo.»
«Forse.»
Dominic abbassò lo sguardo sui vetri infranti e poi tornò a fissarla.
«Ma sono anche l’uomo che adesso possiede i debiti di tuo padre. Tre milioni di sterline.»
Il sangue di Sophia si gelò.
Da mesi sapeva che suo padre aveva problemi con il gioco. All’inizio erano state solo scuse, cene saltate, telefonate alle quali non rispondeva e mani che tremavano.
Lei aveva pagato qualche debito qua e là, prosciugando lentamente i propri risparmi.
Ma tre milioni di sterline non erano un problema.
Erano un abisso.
«I debiti di mio padre non hanno nulla a che fare con me.»
«Adesso sì.»
Dominic tirò fuori dalla giacca un documento piegato.
«Tuo padre ha usato la tua galleria come garanzia. L’edificio, il contratto d’affitto e i diritti che aveva accesso a gestire perché ti fidavi di lui. Ora appartengono a me.»
Sophia non prese il documento.
«La galleria è mia.»
La voce le tremò.
«È tutto ciò che ho costruito.»
«Lo so.»
Quelle due parole, pronunciate senza durezza, la colpirono più di qualsiasi minaccia.
«Tu non sai niente di me.»
«So che lasci le luci accese fino a tardi perché alcuni dei tuoi artisti non possono permettersi uno studio. So che hai perso denaro con l’ultima mostra perché ti sei rifiutata di prendere una commissione da uno scultore la cui madre era malata. So che sorridi ai finanziatori come se non avessi bisogno di nulla, anche quando il tetto perde acqua e il tuo conto è quasi vuoto.»
Sophia rimase senza fiato.
Quell’uomo conosceva dettagli che nessuno avrebbe dovuto conoscere.
«Perché?»
Per la prima volta, qualcosa di simile al dolore attraversò gli occhi di Dominic.
«Questo riguarda me.»
«No.» La paura si trasformò in rabbia. «Non puoi entrare nella mia vita, minacciare mio padre e portarmi via la mia galleria come se fosse un gioco.»
Dominic si avvicinò.
«Hai tempo fino a mezzanotte. Se mi sposi, il debito di tuo padre viene cancellato. Se rifiuti, domani chiuderò la galleria e farò in modo che tuo padre passi i prossimi dieci anni in prigione.»
Sophia si guardò intorno.
Centinaia di sterline di champagne, abiti firmati, lampadari di cristallo e persone che avevano sentito tutto.
Nessuno intervenne.
«Perché io?» chiese.
Dominic la fissò.
«Perché sei esattamente ciò di cui ho bisogno.»
«Un ostaggio?»
«Una moglie.»
Sophia sentì lo stomaco contrarsi.
Il telefono vibrò nella sua borsa.
Dominic guardò l’orologio.
«Undici ore e quarantatré minuti, Sophia.»
Lei odiò il modo in cui pronunciava il suo nome.
Come se già gli appartenesse.
Sophia uscì dall’attico prima che lui potesse vedere le lacrime.
Quando arrivò alla sua galleria a Shoreditch, la pioggia rigava il parabrezza.
L’edificio era un vecchio magazzino trasformato in spazio espositivo. Quando Sophia lo aveva trovato, era abbandonato e malridotto.
Tutti le avevano detto che era una follia.
Troppo giovane.
Troppo idealista.
Troppo ingenua per sopravvivere nel mondo dell’arte londinese.
Lei, però, aveva visto qualcosa che gli altri non vedevano.
Aveva visto possibilità.
Entrò con le mani tremanti.
L’odore di trementina, legno, caffè e pioggia le diede la sensazione di tornare finalmente a casa.
Venti minuti dopo arrivò Marcus Reed, il suo migliore amico e assistente.
La trovò seduta sul pavimento.
«Sophia, che cosa è successo?»
Lei gli raccontò tutto.
Marcus impallidì.
«Dominic Blackwell? Sophia, non puoi sposare quell’uomo.»
«Lo so.»
«Dobbiamo andare dalla polizia.»
«E con quale prova? La mia parola contro i suoi avvocati?»
«Allora scappiamo.»
Sophia guardò le pareti della galleria.
«E lascio mio padre? Lascio questo posto? E tutti gli artisti che si sono fidati di me?»
Marcus sospirò.
«Non puoi salvare tutti.»
Sophia abbassò lo sguardo.
«È quello che dicono tutti prima di andarsene.»
Sua madre aveva abbandonato la famiglia quando lei aveva quindici anni.
I clienti avevano smesso di sostenerla quando la galleria aveva perso prestigio.
Suo padre aveva sempre abbandonato le proprie responsabilità quando il gioco lo chiamava.
Sophia era rimasta.
Il telefono vibrò.
Numero sconosciuto: Nove ore. Il tempo corre, Sophia. D.
Alle dieci di sera Sophia si presentò davanti alla villa di Dominic a Mayfair.
Non aveva ancora deciso.
Ma voleva conoscere la verità.
La porta si aprì prima ancora che bussasse.
Dominic era senza giacca, con le maniche della camicia arrotolate.
Senza l’elegante armatura del completo sembrava quasi un uomo normale.
Ed era proprio questo a renderlo ancora più pericoloso.
«Voglio sapere perché», disse Sophia. «Se devo anche solo considerare questa follia, devi dirmi la verità.»
Dominic la osservò a lungo.
«Entra.»
La casa non era affatto come se l’era immaginata.
Niente statue dorate o ostentazione.
Solo legno scuro, libri antichi, stanze silenziose e l’odore di pelle e fumo.
Dominic la condusse in biblioteca.
«Mio padre costruì il suo impero sulla paura», disse. «Prima di morire organizzò matrimoni per tutti i suoi figli. Alleanze. Protezioni. Catene mascherate da tradizione.»
Sophia rimase in piedi.
«E il tuo matrimonio?»
Dominic abbassò lo sguardo.
«Avrei dovuto sposare Valentina Rossi tre mesi fa.»
Sophia conosceva quel nome.
Una giovane donna di una potente famiglia italiana.
«È stata avvelenata due settimane prima delle nozze.»
Sophia rimase senza parole.
«La sua morte ha scatenato una guerra. Ventitré persone sono morte negli ultimi tre mesi. Se non mostro forza, il conflitto continuerà.»
«Quindi io sono conveniente.»
«Tu sei innocente.»
Dominic la guardò negli occhi.
«Non appartieni a quel mondo. Non hai rivalità familiari. Nessuna vecchia vendetta.»
«E questo dovrebbe rendere accettabile un matrimonio forzato?»
«No.»
La risposta fu immediata.
«Lo rende necessario.»
Sophia odiò quella sincerità.
«Che cosa vuoi davvero ottenere?»
Per la seconda volta quella sera, la maschera di Dominic si incrinò.
«Pace.»
La parola uscì quasi come un sussurro.
«Voglio fermare questa guerra prima che distrugga ciò che resta della mia famiglia.»
Sophia se ne andò senza rispondere.
Alle 23:47 suo padre la chiamò.
«Sophia… mi dispiace.»
«Lo sapevi?»
Silenzio.
Quella pausa fu una risposta.
«Sapevo chi aveva il debito», ammise lui. «Non pensavo che sarebbe arrivato fino a te.»
«Hai messo la mia galleria come garanzia.»
«Pensavo di poter recuperare tutto.»
Sophia chiuse gli occhi.
«Hai scommesso con la mia vita.»
Il padre iniziò a piangere.
«Andrò in prigione. Me lo merito. Ma tu meriti una vita normale, Sophia. Non un matrimonio imposto con un uomo come lui.»
Lei strinse il volante.
«Tutti continuano a dirmi cosa merito. Nessuno mi chiede cosa sono capace di sopportare.»
Poi abbassò la voce.
«Ti voglio bene, papà.»
E riattaccò.

Alle 23:58 Sophia entrò nella villa di Dominic.
Era bagnata dalla pioggia e tremava.
Dominic era nel grande ingresso.
«Sei arrivata appena in tempo.»
«Ho delle condizioni.»
Lui alzò lo sguardo verso l’orologio.
«Mancano due minuti.»
«La galleria rimane completamente sotto il mio controllo. Non la userai per i tuoi affari. Non interferirai con i miei artisti.»
«Accettato.»
«Mio padre riceverà aiuto. Non soltanto denaro. Dovrà curarsi.»
«D’accordo.»
Sophia inspirò profondamente.
«E questo matrimonio durerà due anni. Poi divorzieremo. Io sarò libera. Nessun debito, nessuna minaccia e nessun vincolo.»
Per un attimo, qualcosa simile alla delusione attraversò lo sguardo di Dominic.
Poi annuì.
«Due anni.»
Sophia fece un passo verso di lui.
«E un’ultima cosa.»
L’orologio cominciò a suonare.
«Se mi mentirai, se metterai in pericolo la mia famiglia o la mia galleria, l’accordo finirà.»
Dominic la guardò con quei suoi occhi grigi come il cielo d’inverno.
«Io non mento, Sophia.»
Fece una pausa.
«E proteggo ciò che considero mio.»
L’ultimo rintocco della mezzanotte risuonò nella villa.
Sophia sentì un brivido attraversarle il corpo.
«Allora chiama il tuo avvocato.»
Dominic la fissò per qualche secondo.
«Come desideri, futura signora Blackwell.»
Il matrimonio si celebrò tre settimane dopo, in forma privata.
Per il mondo fu un’alleanza strategica.
Un uomo potente che aveva bisogno di una moglie rispettabile.
Una giovane gallerista che aveva bisogno di essere protetta.
Nessuno immaginava quanto entrambi fossero lontani dalla verità.
I primi mesi furono difficili.
Dominic rispettò ogni clausola del contratto. Non entrò mai nella galleria senza il suo permesso. Non toccò mai un solo affare di Sophia.
E lentamente lei cominciò a vedere l’uomo nascosto dietro il nome Blackwell.
Scoprì che leggeva fino a tardi perché soffriva d’insonnia.
Che ricordava il compleanno di ogni dipendente.
Che ogni mese versava anonimamente denaro a un ospedale pediatrico.
E che, quando pensava che nessuno lo vedesse, conservava ancora la fotografia di Valentina nel cassetto della biblioteca.
Dominic, dal canto suo, scoprì che Sophia non era soltanto la donna che aveva sposato per necessità.
Era il primo essere umano che non aveva paura di contraddirlo.
La prima persona capace di guardarlo e vedere l’uomo, non il boss.
La prima che gli chiedeva:
«Come stai davvero?»
Una domanda alla quale non aveva mai saputo rispondere.
Due anni dopo, il giorno in cui il contratto sarebbe scaduto, Dominic preparò i documenti per il divorzio.
Sophia li trovò sulla scrivania.
Accanto c’era un mazzo di chiavi.
«Cos’è?»
«La galleria.»
Lei lo guardò sorpresa.
«È legalmente tua. Completamente. Non c’è più nessun debito.»
Sophia rimase in silenzio.
«E il divorzio?»
Dominic abbassò gli occhi.
«Se vuoi essere libera, lo firmerò.»
Lei si avvicinò.
«E tu cosa vuoi?»
L’uomo che aveva terrorizzato Londra per anni rimase in silenzio.
Poi disse una frase che Sophia non avrebbe mai dimenticato.
«Voglio che tu rimanga. Ma non perché sei obbligata.»
Sophia sentì gli occhi riempirsi di lacrime.
«E se restassi?»
Dominic la guardò.
«Allora, per la prima volta nella mia vita, saprei di essere stato scelto.»
Sophia sorrise.
Prese il contratto di divorzio.
Lo strappò in due.
Poi in quattro.
E lo lasciò cadere nel cestino.
«Allora ricominciamo da capo.»
Dominic le prese la mano.
«Da capo?»
«Sì. Questa volta senza debiti, senza minacce e senza contratti.»
Per la prima volta, Dominic sorrise davvero.
E Sophia capì che il matrimonio nato come una prigione era diventato, lentamente, la sola cosa che entrambi non volevano più perdere.
Perché a volte la vita ci conduce verso qualcuno nel modo più sbagliato possibile.
Ma persino dalle situazioni più oscure può nascere qualcosa di inatteso.
Non un amore perfetto.
Non un amore facile.
Ma un amore capace di salvare due persone che, fino a quel momento, avevano creduto di dover affrontare il mondo completamente da sole.
Due anni per salvarsi, una vita per amarsi
La mattina seguente, Sophia Chen si svegliò con la sensazione di aver commesso l’errore più grande della sua vita.
Sul comodino c’era un anello.
Non era appariscente. Una pietra scura incastonata in una montatura d’oro bianco, elegante e severa come l’uomo che glielo aveva consegnato.
Accanto, un biglietto scritto a mano.
Il matrimonio sarà civile. Nessuna festa. Nessuna stampa. Nessuna menzogna oltre quelle necessarie a proteggere entrambi.
In fondo, una sola firma.
Dominic.
Sophia strinse il foglio tra le dita.
Due anni.
Avrebbe resistito due anni.
Poi sarebbe tornata libera.
Almeno, questo era ciò che continuava a ripetersi.
Il matrimonio si celebrò tre giorni dopo, in una piccola sala privata di Chelsea.
Niente fotografi. Niente invitati. Solo il padre di Sophia, due avvocati e pochi uomini di Dominic.
Quando pronunciò il suo «sì», Sophia non guardò il marito.
Quando toccò a Dominic, invece, lui la guardò direttamente negli occhi.
«Sì.»
La sua voce era ferma.
Eppure Sophia notò qualcosa che non si aspettava: le mani di Dominic tremavano appena.
Fu il primo segnale che quell’uomo non era affatto invulnerabile come voleva apparire.
Dopo la cerimonia, Dominic la accompagnò nella sua nuova casa.
«Questa è la tua stanza», disse aprendo una porta.
Sophia rimase sorpresa.
«Pensavo che dovessimo vivere insieme.»
«Viviamo nella stessa casa. Non significa che debba obbligarti a condividere il mio letto.»
Lei lo fissò.
«E le regole?»
«Nessuna, tranne una.»
«Quale?»
Dominic si voltò verso di lei.
«Non mettere mai in dubbio il fatto che, qualunque cosa accada, io proteggerò la tua vita.»

Sophia abbassò lo sguardo.
«È proprio questo che mi spaventa di te.»
«Lo so.»
Poi se ne andò.
Quella notte Sophia rimase sveglia per ore.
Per la prima volta si chiese se l’uomo che aveva sposato fosse davvero il mostro che tutti descrivevano.
Le settimane passarono.
Sophia continuò a gestire la galleria.
Come promesso, Dominic non interferì mai.
Anzi, un lunedì mattina lei scoprì che il tetto, che perdeva da mesi, era stato completamente riparato.
«Hai pagato tu?» gli chiese.
«Era necessario.»
«Non avevi il diritto.»
«Sono tuo marito.»
Sophia incrociò le braccia.
«Nel contratto non c’era scritto.»
Un sorriso quasi impercettibile comparve sul volto di Dominic.
«Non tutto quello che faccio per te deve essere scritto in un contratto.»
Fu in quel momento che Sophia iniziò ad avere paura di qualcosa di molto più pericoloso delle minacce.
Stava iniziando ad affezionarsi a lui.
Una sera, tornando dalla galleria, Sophia trovò Dominic seduto da solo nella biblioteca.
Aveva una fotografia tra le mani.
Era una vecchia immagine di una famiglia riunita davanti a una grande villa.
«La tua famiglia?» domandò lei.
Dominic annuì.
«Mio padre, mia madre, mio fratello Ethan e io.»
Sophia si avvicinò.
«Dov’è tuo fratello adesso?»
Il silenzio durò troppo.
«Morto.»
Lei si pentì immediatamente della domanda.
«Mi dispiace.»
«Aveva diciannove anni.»
Dominic abbassò lo sguardo.
«Mio padre aveva deciso che sarebbe diventato il mio successore. Qualcuno non era d’accordo.»
Sophia comprese allora che quella guerra non era iniziata con Valentina.
Era cominciata molti anni prima.
«È per questo che non ti fidi di nessuno.»
Dominic sorrise amaramente.
«La fiducia è un lusso che la mia famiglia non ha mai potuto permettersi.»
Sophia rimase in silenzio.
Poi si sedette accanto a lui.
Non lo toccò.
Non serviva.
Per la prima volta, Dominic non sembrò solo.
Tre mesi dopo, arrivò la prima minaccia.
Una busta nera fu lasciata davanti alla galleria.
Dentro c’era una fotografia di Sophia.
Sul retro, una frase:
“La moglie muore prima dell’impero.”
Dominic la vide e il suo volto cambiò completamente.
«Da questo momento non vai più da nessuna parte senza una scorta.»
«No.»
«Sophia.»
«Non puoi rinchiudermi.»
«Non sto cercando di rinchiuderti. Sto cercando di tenerti viva.»
Lei gli strappò la fotografia dalle mani.
«Non sono una proprietà, Dominic.»
Lui rimase immobile.
Poi disse piano:
«No. Sei la prima cosa della mia vita che ho paura di perdere.»
Quelle parole la lasciarono senza fiato.
La situazione precipitò una settimana più tardi.
Sophia stava chiudendo la galleria quando sentì un rumore provenire dal retro.
Pensò fosse Marcus.
Poi vide l’ombra.
Un uomo comparve dalla porta.
Sophia fece un passo indietro.
«Chi sei?»
L’uomo sollevò una pistola.
«Tuo marito ha distrutto la mia famiglia.»
Sophia rimase paralizzata.
Un rumore assordante esplose.
Ma non fu lei a cadere.
Dominic era apparso davanti a lei.
L’uomo sparò una seconda volta.
Dominic si accasciò.
«Dominic!»
Sophia urlò.
Gli uomini della sicurezza entrarono pochi secondi dopo e bloccarono l’aggressore.
Sophia cadde in ginocchio accanto al marito.
«Guardami! Dominic, guardami!»
Lui aprì gli occhi.
«Sto bene.»
«Stai sanguinando!»
«Non è grave.»
«Sei un idiota!»
Lui sorrise debolmente.
«Finalmente una dichiarazione d’amore.»
Sophia scoppiò a piangere.
E fu allora che capì.

Non voleva più perderlo.
Durante la convalescenza, Dominic confessò finalmente tutta la verità.
La morte di Valentina non era stata ordinata dai rivali.
Era stata organizzata da suo zio, Richard Blackwell, che da anni cercava di prendere il controllo dell’impero.
Era stato lui a fomentare la guerra.
Era stato lui a eliminare Ethan.
Ed era stato lui a manipolare gli uomini che minacciavano Dominic.
Ma mancava una prova.
Sophia trovò quella prova quasi per caso.
Un vecchio quadro nella galleria proveniva dalla famiglia Blackwell. Dietro la tela c’era una piccola chiave USB nascosta anni prima.
Conteneva registrazioni, trasferimenti bancari e conversazioni che collegavano Richard a tutti gli omicidi.
Dominic ascoltò tutto in silenzio.
Poi guardò Sophia.
«Hai appena salvato la mia vita.»
Lei scosse la testa.
«No. Tu hai salvato la mia molto prima.»
Richard fu arrestato pochi giorni dopo.
Con lui cadde gran parte dell’organizzazione che aveva alimentato la guerra.
Dominic, invece, fece qualcosa che nessuno si aspettava.
Cominciò a smantellare lentamente l’impero criminale ereditato dal padre.
Convertì parte delle aziende in attività legali, vendette alcune proprietà e chiuse i traffici che avevano tenuto la sua famiglia prigioniera per decenni.
«Potresti perdere tutto», gli disse Sophia.
Dominic la guardò.
«Ho già perso tutto una volta.»
«Quando?»
«Quando ho capito che potevo avere un impero e nessuno con cui condividere la mia vita.»
Sophia sentì gli occhi riempirsi di lacrime.
Passarono due anni.
Il contratto matrimoniale stava per scadere.
Sophia aveva ancora la sua galleria.
Suo padre aveva finalmente iniziato una terapia e aveva ricostruito lentamente il rapporto con lei.
Dominic non aveva più bisogno di un matrimonio per proteggere il suo impero.
Una sera, Sophia trovò sul tavolo una busta.
Dentro c’erano i documenti del divorzio.
Nessuna clausola.
Nessuna minaccia.
Nessun ricatto.
Solo la sua libertà.
Dominic entrò nella stanza.
«Puoi firmare quando vuoi.»
Sophia guardò i fogli.
«È tutto qui?»
«Come avevo promesso.»
«E tu cosa vuoi?»
Dominic rimase in silenzio.
Per la prima volta, l’uomo che aveva affrontato rivali, criminali e assassini sembrò completamente indifeso.
«Voglio che tu rimanga.»
Sophia si avvicinò.
«Come tua moglie?»
«No.»
La sua voce si spezzò leggermente.
«Come la donna che amo.»
Sophia sorrise tra le lacrime.
«Sai qual è la cosa più assurda?»
«Cosa?»
«All’inizio ti ho sposato perché avevo paura di perderlo tutto.»
Dominic abbassò gli occhi.
Sophia gli prese il viso tra le mani.
«Adesso resto perché ho trovato qualcosa che non voglio perdere.»
Lui la baciò.
Non fu il bacio di un uomo che possedeva un impero.
Fu il bacio di un uomo che finalmente aveva trovato casa.
Anni dopo, la galleria di Sophia divenne una delle più rispettate di Londra.
Suo padre lavorava con giovani artisti e aveva finalmente imparato a vivere senza cercare di fuggire dai propri errori.
E Dominic?
Non era più conosciuto come il boss che faceva tremare Londra.
Era diventato l’uomo che aveva trasformato il proprio impero in qualcosa di diverso.
Qualcosa di pulito.
Qualcosa che potesse lasciare ai figli senza vergogna.
Un pomeriggio d’inverno, Sophia lo trovò davanti alla finestra della loro casa.
«A cosa pensi?»
Dominic sorrise.
«A quella sera a Belgravia.»
«Quando mi hai minacciata?»
«Quando ho pensato che sposarti fosse l’unico modo per salvare il mio impero.»
Sophia rise.
«E invece?»
Lui la strinse a sé.
«Invece eri tu quella che doveva salvare me.»
Sophia appoggiò la testa sul suo petto.
Due anni erano cominciati come una condanna.
Erano diventati una scelta.
E quella scelta aveva insegnato a entrambi la più difficile delle verità:
a volte l’amore non arriva quando siamo pronti ad accoglierlo. Arriva quando siamo convinti di non averne più bisogno.
E proprio allora ci salva.

Un boss della mafia londinese le diede tempo fino a mezzanotte per diventare sua moglie, ma il matrimonio che le impose per salvare il suo impero si trasformò nell’amore che salvò entrambi.
Il calice di champagne scivolò dalle dita di Sophia Chen e si frantumò sul pavimento di marmo con un rumore secco, quasi fosse un presagio.
Per un istante, l’intero attico di Belgravia ammutolì.
Le conversazioni si spensero. Il violinista in fondo alla sala sbagliò una nota. Lo champagne continuò a schiumare intorno ai frammenti di vetro mentre l’uomo davanti a lei la osservava con occhi grigi e freddi come il Tamigi sotto le nuvole invernali.
Dominic Blackwell non si mosse.
Sophia, invece, fece un passo indietro.
«Mi dispiace», mormorò, senza sapere nemmeno per cosa si stesse scusando.
Forse il suo corpo aveva riconosciuto il pericolo prima ancora che la sua mente riuscisse a comprenderlo.
Tutti, nell’alta società londinese, conoscevano il nome Blackwell. E quando quel nome veniva pronunciato, le voci si abbassavano automaticamente.
Dominic avanzò di un passo, oscurando con la sua figura le luci della città.
Indossava un completo nero impeccabile, i capelli scuri pettinati all’indietro e un volto dai lineamenti duri. Era bello nel modo in cui può esserlo una tempesta osservata dalla sicurezza di una finestra.
Ma Sophia non era al sicuro.
«Che cosa hai appena detto?» domandò.
La voce di Dominic era bassa, quasi cortese.
«Sposami questa sera, signorina Chen. Oppure distruggerò tutto ciò che hai.»
Quelle parole le si strinsero intorno alla gola.
Sophia lasciò uscire una risata incredula.
«Sei pazzo.»
«Forse.»
Dominic abbassò lo sguardo sui vetri infranti e poi tornò a fissarla.
«Ma sono anche l’uomo che adesso possiede i debiti di tuo padre. Tre milioni di sterline.»
Il sangue di Sophia si gelò.
Da mesi sapeva che suo padre aveva problemi con il gioco. All’inizio erano state solo scuse, cene saltate, telefonate alle quali non rispondeva e mani che tremavano.
Lei aveva pagato qualche debito qua e là, prosciugando lentamente i propri risparmi.
Ma tre milioni di sterline non erano un problema.
Erano un abisso.
«I debiti di mio padre non hanno nulla a che fare con me.»
«Adesso sì.»
Dominic tirò fuori dalla giacca un documento piegato.
«Tuo padre ha usato la tua galleria come garanzia. L’edificio, il contratto d’affitto e i diritti che aveva accesso a gestire perché ti fidavi di lui. Ora appartengono a me.»
Sophia non prese il documento.
«La galleria è mia.»
La voce le tremò.
«È tutto ciò che ho costruito.»
«Lo so.»
Quelle due parole, pronunciate senza durezza, la colpirono più di qualsiasi minaccia.
«Tu non sai niente di me.»
«So che lasci le luci accese fino a tardi perché alcuni dei tuoi artisti non possono permettersi uno studio. So che hai perso denaro con l’ultima mostra perché ti sei rifiutata di prendere una commissione da uno scultore la cui madre era malata. So che sorridi ai finanziatori come se non avessi bisogno di nulla, anche quando il tetto perde acqua e il tuo conto è quasi vuoto.»
Sophia rimase senza fiato.
Quell’uomo conosceva dettagli che nessuno avrebbe dovuto conoscere.
«Perché?»
Per la prima volta, qualcosa di simile al dolore attraversò gli occhi di Dominic.
«Questo riguarda me.»
«No.» La paura si trasformò in rabbia. «Non puoi entrare nella mia vita, minacciare mio padre e portarmi via la mia galleria come se fosse un gioco.»
Dominic si avvicinò.
«Hai tempo fino a mezzanotte. Se mi sposi, il debito di tuo padre viene cancellato. Se rifiuti, domani chiuderò la galleria e farò in modo che tuo padre passi i prossimi dieci anni in prigione.»
Sophia si guardò intorno.
Centinaia di sterline di champagne, abiti firmati, lampadari di cristallo e persone che avevano sentito tutto.
Nessuno intervenne.
«Perché io?» chiese.
Dominic la fissò.
«Perché sei esattamente ciò di cui ho bisogno.»
«Un ostaggio?»
«Una moglie.»
Sophia sentì lo stomaco contrarsi.
Il telefono vibrò nella sua borsa.
Dominic guardò l’orologio.
«Undici ore e quarantatré minuti, Sophia.»
Lei odiò il modo in cui pronunciava il suo nome.
Come se già gli appartenesse.
Sophia uscì dall’attico prima che lui potesse vedere le lacrime.
Quando arrivò alla sua galleria a Shoreditch, la pioggia rigava il parabrezza.
L’edificio era un vecchio magazzino trasformato in spazio espositivo. Quando Sophia lo aveva trovato, era abbandonato e malridotto.
Tutti le avevano detto che era una follia.
Troppo giovane.
Troppo idealista.
Troppo ingenua per sopravvivere nel mondo dell’arte londinese.
Lei, però, aveva visto qualcosa che gli altri non vedevano.
Aveva visto possibilità.
Entrò con le mani tremanti.
L’odore di trementina, legno, caffè e pioggia le diede la sensazione di tornare finalmente a casa.
Venti minuti dopo arrivò Marcus Reed, il suo migliore amico e assistente.
La trovò seduta sul pavimento.
«Sophia, che cosa è successo?»
Lei gli raccontò tutto.
Marcus impallidì.
«Dominic Blackwell? Sophia, non puoi sposare quell’uomo.»
«Lo so.»
«Dobbiamo andare dalla polizia.»
«E con quale prova? La mia parola contro i suoi avvocati?»
«Allora scappiamo.»
Sophia guardò le pareti della galleria.
«E lascio mio padre? Lascio questo posto? E tutti gli artisti che si sono fidati di me?»
Marcus sospirò.
«Non puoi salvare tutti.»
Sophia abbassò lo sguardo.
«È quello che dicono tutti prima di andarsene.»
Sua madre aveva abbandonato la famiglia quando lei aveva quindici anni.
I clienti avevano smesso di sostenerla quando la galleria aveva perso prestigio.
Suo padre aveva sempre abbandonato le proprie responsabilità quando il gioco lo chiamava.
Sophia era rimasta.
Il telefono vibrò.
Numero sconosciuto: Nove ore. Il tempo corre, Sophia. D.
Alle dieci di sera Sophia si presentò davanti alla villa di Dominic a Mayfair.
Non aveva ancora deciso.
Ma voleva conoscere la verità.
La porta si aprì prima ancora che bussasse.
Dominic era senza giacca, con le maniche della camicia arrotolate.
Senza l’elegante armatura del completo sembrava quasi un uomo normale.
Ed era proprio questo a renderlo ancora più pericoloso.
«Voglio sapere perché», disse Sophia. «Se devo anche solo considerare questa follia, devi dirmi la verità.»
Dominic la osservò a lungo.
«Entra.»
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